Questa volta le beatitudini non c’entrano proprio nulla.
Non è infatti a quel “Beati i poveri in spirito” e “Beati i puri di cuore” – due dei makarismoi che ricorrono nel discorso della montagna di Matteo 5,3-12 – che alludo, ma a qualcosa di meno spirituale, ancorché spirito anch’esso, e a ciò che è principio di ogni alfabetico balbettio, ossia lo spirito e l’alfa di ginnasiale memoria ma pur viva realtà per chi, come me, imbandisce i rudimenti della lingua che fu di Omero a giovani non tutti predestinati a scalare il Parnaso.
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